Re Silvio. Il salvatore dell’Euro

di Maria Novella Oppo

da "L’Unità" del 08.05.2010

Secondo la maggior parte dei tg, ieri Berlusconi ha salvato l’euro,
l’Europa e tutto il genere umano. Perciò è comprensibile che un uomo
così meraviglioso si lamenti del non universale riconoscimento dei suoi
meriti storici. E il lamento più abituale, da parte sua, riguarda la
Rai, che, coi soldi pubblici (cioè nostri), manda in onda programmi che
lo criticano. Perché, secondo Berlusconi, i soldi pubblici appartengono
al governo, quindi praticamente a lui. E non lo sfiora il dubbio che
invece, proprio perché i soldi appartengono a tutti, il diritto di
critica deve pure appartenere a tutti. Ma, siccome Berlusconi è stato
eletto, come ci ricordano ad ogni respiro i suoi dipendenti, criticarlo è
come sostenere che il popolo si è sbagliato. Cosa che si è verificata
tante volte ed è sempre possibile, visto che, in democrazia, si vota e
si rivota proprio per correggere eventuali errori. Mentre, se gli
elettori non sbagliassero mai, basterebbe farli votare una volta nella
vita e poi basta.

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Ballopoli

di Marco Travaglio

dal "Fatto Quotidiano" del 22 apr 2010

Si pensava che, vista l’enfasi degli annunci, la poderosa controffensiva di Luciano Moggi sarebbe almeno riuscita a dimostrare, craxianamente, che “così facevan tutti”. Invece manco quello. Anzi tutto il contrario. Chi legge le 75 fantasmagoriche telefonate che dovevano ribaltare Calciopoli scopre che molti dirigenti di molte squadre (persino il Chievo) parlavano con designatori e arbitri. Ma parlare non è reato né illecito sportivo (è illecito sportivo da dopo Calciopoli): dipende da cosa si dice e si fa. Moggi con la sua corte di vassalli, valvassori e valvassini più o meno forzati (Milan, Fiorentina, Lazio, Reggina) condizionava designazioni, arbitraggi, moviole e campionati. Gli altri no. Infatti la giustizia sportiva e quella penale han colpito quelle cinque società e non le altre (ora l’inchiesta della Figc stabilirà se ne manca qualcuna).

Se chi ha pubblicato le 75 intercettazioni sapesse anche leggerle, ne trarrebbe l’unica conseguenza possibile: bene han fatto il colonnello Auricchio e i pm Narducci e Beatrice a escluderle dal processo, visto che non contengono notizie di reato. Infatti Moggi le ha tirate fuori solo dopo cinque anni, per buttarla in caciara sui giornali, non certo per squisite ragioni giuridiche. La sua fortuna è che si occupano del caso molti giornalisti sportivi che, quando non sono compagni di merende di Lucianone (in aula si abbracciano e si danno di gomito), non sanno distinguere un reato da un paracarro. Ma anche noti tuttologi che allestiscono penosi teatrini con tanto di magliette, bandierine, raganelle e tricchetracche: tipo i soffietti a Lucianone firmati sul Corriere da Ostellino e i duetti fra Battista (“Visto dal bianconero”) e Severgnini (“Visto dal nerazzurro”). Come se un giornalista, solo perché parla di calcio, potesse ridursi a trombetta della squadra del cuore, a prescindere dai fatti. I fatti dicono che Moggi telefonava ai designatori per ordinare arbitri à la carte, come al ristorante, per le coppe e addirittura per le amichevoli, mentre per il campionato dettava le griglie per tener lontani i (rarissimi) fischietti sgraditi. E veniva puntualmente accontentato.

Se, come sostiene il clan, la cupola non esisteva o non contava, perché Moggi chiedeva un arbitro e quello puntualmente arrivava? Perché il ministro Pisanu telefonò a Moggi per salvare la Torres (e la Torres fu salvata)? Perché Della Valle chiamò Moggi per salvare la Fiorentina (e la Fiorentina fu salvata, con tanti saluti al Bologna)? Perché Moggi procurava carte sim svizzere agli arbitri per parlare lontano da orecchi indiscreti? Perché è stato condannato dal Tribunale di Roma a un anno e sei mesi per violenza privata nel caso Gea, la cupoletta dei figli di papà che comandava sul calcio? Perché ha minacciato un testimone, l’ex direttore della Roma Franco Baldini, in pieno tribunale? Perché ordinava ai giornalisti cosa scrivere e non scrivere, dire e non dire in tv, addirittura come nascondere gli errori degli arbitri amici ed enfatizzare quelli dei nemici? Perché chiamava minaccioso i giudici disciplinari dei procuratori pallonari perché salvassero suo figlio da sacrosanta condanna? Perché, quando il presidente del Palermo Zamparini (l’ha raccontato lui) voleva l’arbitro Rizzoli, Moggi alzò il telefono e a Palermo arrivò Rizzoli? Si dirà:   anche Facchetti chiese al designatore Bergamo che Collina arbitrasse Inter-Juve. A parte il fatto che Collina lo nomina Bergamo e non Facchetti, pochi sanno come andò a finire: fu designato Rodomonti che negò un rigore all’Inter e ne diede uno alla Juve. L’Inter contava come il due di picche: infatti la segretaria dell’associazione arbitri, Mariagrazia Fazi, moggiana di ferro, istruiva Bergamo su come intortare Facchetti fingendo di “stare con tutti, non come dicono che tu stai solo con Juve e Milan”. Per tenerlo buono.

La telefonata conferma quel che si era sempre saputo, ma prima che Moggi la facesse pubblicare era sconosciuta. Si difende talmente bene da far sorgere un dubbio che abbia dietro Taormina o Ghedini?

***

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In fondo alla notte c’è ancora, c’è ancora….

Signora Bovary

Ma che cosa c’è in fondo a quest’oggi

di mezza festa e di quasi male,

di coppie che passano sfilacciate

come garze stese contro il secco cielo autunnale,

di gente che si frantuma in un fiato

senza soffrire, senza capire
e i tuoi pensieri sono solo uno iato

tra addormentarsi e morire.

Ma che cosa c’è in fondo a questa notte,

quando l’ora del lupo guaisce

e il nuovo giorno non arriva mai, mai

e il buio è un fischio lontano che non finisce

di minuti lunghi come il sudore,

di ore che tagliano come falci

e i tuoi pensieri solo un cane in chiesa

che tutti prendono a calci.

Ma cosa c’è, cosa c’è?
Atrii a piastrelle di stazioni secondarie,

strade più strade di avventure solitarie,

clown nella notte,

valigie vuote,

piene di trucchi per tragedie immaginarie…

…telecomandi per i quotidiani inferni,

battute argute di architetti postmoderni,

amanti andate,

piaceri a rate,

pallottolieri per contare estati e inverni…

Ma che cosa c’è proprio in fondo in fondo,

quando bene o male faremo due conti,

e i giorni goccioleranno come i rubinetti nel buio

e diremo "…un momento, aspetti…" per non essere mai pronti,

signora Bovary, coraggio, pure

tra gli assassini e gli avventurieri,

in fondo a quest’oggi c’è ancora la notte,

in fondo alla notte c’è ancora, c’è ancora….

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Il guaritore

di Massimo Gramellini

da "La Stampa" del 23.03.2010

L’altra sera, girovagando fra i canali, mi sono imbattuto in un volto ispirato che, dal palco di una piazza, inneggiava all’amore e urlava: entro il 2013 vogliamo vincere il cancro. Giuro, diceva proprio così. Vo-glia-mo vin-ce-re il can-cro. Non la disoccupazione. E nemmeno lo scudetto. Il cancro, «che ogni anno colpisce 250 mila italiani». Sulle prime ho sperato fosse il portavoce del professor Veronesi e ci stesse annunciando uno scoop mondiale. Così ho telefonato a uno dei 250 mila, un caro amico che combatte con coraggio la sua battaglia, e gli ho dato la grande notizia. Come no?, ha risposto, adesso però ti devo lasciare perché sono a cena con Vanna Marchi.

Ho degli amici molto spiritosi. Mi auguro che tutti i malati e i loro parenti la prendano allo stesso modo. E anche tutti i medici che in ogni angolo del pianeta si impegnano per raggiungere quell’obiettivo. In Italia con qualche problema in più, dato che il governo che entro tre anni intende vincere il cancro ha ridotto i fondi per la ricerca scientifica. Vorrei sorriderne, come il mio amico. Ma stavolta non ci riesco. Ho perso i genitori e tante persone care a causa di quel male. E allora: passi per le barzellette, le favole e persino le balle. Fa tutto parte del campionario di iperboli del bravo venditore e il pubblico ormai è assuefatto allo show. Ma anche a un’alluvione bisogna mettere un argine. Bene, per me il cancro rappresenta quell’argine. Non è: un milione di posti di lavoro. Non è: meno tasse per tutti. Il cancro è una cosa seria. E lui, che lo ha avuto e lo ha vinto, dovrebbe saperlo.

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Il labirinto

di Jorge Luis Borges

Zeus non potrebbe sciogliere le reti
di pietra che mi stringono. Ho scordato
gli uomini che fui; seguo l’odiato
sentiero di monotone pareti
ch’è il mio destino. Dritte gallerie
che si curvano in circoli segreti,
passati che sian gli anni. Parapetti
in cui l’uso dei giorni ha aperto crepe.
Nella pallida polvere decifro
orme temute. L’aria m’ha recato
nei concavi crepuscoli un bramito
o l’eco d’un bramito desolato.
Nell’ombra un Altro so, di cui la sorte
è stancare le lunghe solitudini
che intessono e disfanno questo Ade
e bramare il mio sangue, la mia morte.
Ciascuno cerca l’altro. Fosse almeno
questo l’ultimo giorno dell’attesa.

da "Elogio dell’ombra" (1969)
Traduzione di Francesco Tentori Montalto

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Le fou rire

Le Fou
Rire

Des allées, des chants d’oiseaux

Un cortège de manteaux noirs


Désolés, sans un mot


En silence, en mouchoir


Tu nous manquais déjà


Et ce n’était que le début


Il ne manquait que toi


Notre cher disparu


Quelques bien vivants


Veillaient sur un champ de granit


Monuments pour combattants


D’une guerre qu’on perd tout le temps et beaucoup trop vite


Désormais qu’est-ce qu’on va devenir


Si tout est moche, si tout est triste


Désarmés, qu’est-ce qu’on peut faire ?


J’ai prié Dieu pour qu’il existe


Ces messieurs des pompes funèbres


Au recueillement professionnel


Glissaient à la corde le cercueil


Aux dorures inutiles


Une dame à ce moment-là


A dérapé dans les graviers


En poussant un râle comme ça "Aaah"


Qui m’a fait rigoler



Un fou-rire à un enterrement


Je m’en veux, je m’en veux vraiment


C’était nerveux sûrement


En tout cas c’était pas le moment


Je suis peut-être cruel


Complètement insensible


Au moins je n’étais pas le seul


À rire le plus doucement possible



Comme une traînée de poudre


Le rire a enflammé le cortège


Tombé sur nous comme la foudre


Le plus beau de tous les sacrilèges


Dos voûtés, têtes baissées


J’ai honte à le dire


On poussait des petits cris étouffés


On était morts de rire


Nos larmes alors n’étaient plus des larmes de chagrin


Et c’était pas par pudeur si on cachait nos visages dans nos mains



À petits pas, la procession


L’indigne file d’attente


A retrouvé l’émotion


Devant la tombe béante


Je suis redevenu sérieux


Où avais-je la tête ?


À nouveau malheureux


C’était quand même un peu plus correct



J’ai pleuré à ton enterrement


Je n’avais pas le choix


Tu n’étais plus là comme avant


Pour rire avec moi.



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Anna e Marco

È l’ennesima variante di una vecchia storiella, ma mi sembra sempre simpatica, così la ripubblico.

***

Mettiamo che un uomo di nome MARCO sia attratto da una donna di nome ANNA. La invita al cinema e lei accetta. Si divertono e qualche sera dopo escono di nuovo assieme a cena. Di nuovo stanno molto bene e continuano a vedersi regolarmente. Una sera, mentre stanno tornando a casa, un pensiero viene alla mente di ANNA e senza pensarci dice "Ti rendi conto che sono 6 mesi ormai che usciamo assieme?"

E il silenzio cala.

ANNA lo ritiene un silenzio assordante e pensa "Caspita, mi chiedo se gli abbia dato fastidio quello che ho detto. Forse si sente limitato dalla nostra relazione; o forse pensa che gli sto facendo pressione per un impegno che non vuole o del quale non è sicuro".

E MARCO sta pensando :"Wow, Sei mesi".

E ANNA sta pensando: "Ma del resto nemmeno io sono molto sicura di questa relazione. A volte vorrei un po’ più di spazio così avrei modo di pensare se davvero voglio che le cose vadano avanti così verso…Insomma, verso cosa? Continuare a vederci così? Pensare al matrimonio? Ai figli? Ad una vita insieme? Sono davvero pronta per un impegno così? Lui lo conosco davvero?"

E MARCO sta pensando: "….quindi…vediamo…Abbiamo iniziato ad uscire a febbraio, subito dopo che avevo portato l’auto per il tagliando, il che significa…Fammi vedere il contachilometri…Wow! È proprio ora che cambi l’olio".

E ANNA pensa: "Ecco. Si è infastidito. Glielo leggo in faccia. O forse mi sto sbagliando. Forse lui vuole di più dalla nostra relazione, più intimità, più impegno. Forse lui ha sentito prima di me che io avevo delle riserve sul nostro rapporto. Sì, scommetto che è questo. Ecco perché è così restio a parlarmi dei suoi sentimenti. Ha paura di essere respinto."

E MARCO sta pensando: "È meglio che mi faccia controllare anche la trasmissione. Non mi interessa cosa dicono quei cretini, ancora non funziona bene. E faranno meglio a non dare la colpa al freddo ‘stavolta! Freddo un cavolo. Ci sono 20 gradi e questa sembra la trasmissione di un camion della nettezza urbana. E a quei ladri incompetenti ho dato 600 euro!"

E ANNA sta pensando: "È arrabbiato. E non posso dargli torto. Anch’io mi arrabbierei. Oddìo, mi sento così in colpa, ma non posso fare a meno di sentirmi così. È solo che ancora non sono sicura".

E MARCO sta pensando: "Sicuramente diranno che la garanzia era di novanta giorni. Ecco cosa diranno quegli emeriti imbecilli".

E ANNA sta pensando: "Forse sono una sognatrice e aspetto il principe azzurro sul suo cavallo bianco, quando in realtà sono seduta al fianco ad un bravissimo ragazzo, con cui sto bene e di cui mi importa, un ragazzo che tiene davvero a me. Una persona che adesso sta soffrendo perché io egoisticamente credo ancora in quelle fantasie adolescenziali.

E MARCO sta pensando: "Garanzia? Vogliono la garanzia? Gliela do io la garanzia. E gliela infilo su per…"

"Marco?" dice ANNA.

"Sì?" risponde sorpreso MARCO.

"Ti prego, non torturarti così" e cominciano a salirle le lacrime agli occhi. "Forse non avrei dovuto dirti… Oddìo, Marco, mi sento così…" ANNA scoppia in lacrime.

"Cosa c’è?" dice MARCO perplesso.

"Sono una stupida" singhiozza ANNA. "Io lo so che non c’è nessun principe. Lo so benissimo. Non c’è nessun principe e non c’è nessun cavallo".

"Non c’è nessun cavallo?" chiede MARCO.

"Tu pensi che sia una stupida, vero?" replica ANNA.

"No!" risponde MARCO, felice di avere finalmente la risposta corretta.

"È solo che…È solo che ho bisogno…Ho solo bisogno di tempo" dice ANNA.

C’è una pausa di circa 15 secondi in cui MARCO, pensando rapidamente, cerca di trovare la frase giusta da dire. Alla fine se ne esce con una che gli sembra adatta.

"Certo" dice.

ANNA, commossa, gli accarezza la mano.

"Oh Marco, lo pensi davvero?" chiede ANNA.

”Penso cosa?" chiede MARCO.

"Del tempo" risponde ANNA.

"Ah" dice MARCO "Ma certo".

ANNA si volta a guardarlo negli occhi e lui comincia a sentirsi nervoso al pensiero di quello che potrebbe dire, specialmente se riguarda un cavallo. Finalmente lei parla.

"Grazie, Marco" dice.

"Grazie a te" dice MARCO.

La riaccompagna a casa e ANNA si mette a letto, torturata da mille pensieri, e piange fino all’alba, mentre MARCO va a casa, apre un pacchetto di Ringo, accende la TV e immediatamente si appassiona alla replica di una partita di tennis tra due sconosciuti tennisti cechi.

Una vocina nella sua testa gli dice che in macchina è successo qualcosa di fondamentale, ma è sicuro che non c’è modo che lui possa capire cosa sia e quindi è convinto che sia meglio non pensarci (è la stessa politica che MARCO applica alla fame nel mondo).

Il giorno dopo ANNA chiama la sua migliore amica, o magari due, e parlano della situazione per sei ore filate. In dettaglio riflettono su tutto quello che lei ha detto e su tutto quello che lui ha detto, ridiscutendone più volte, analizzando ogni parola, ogni espressione e ogni gesto cercando di capirne il senso e considerando ogni ipotesi possibile. Discutono dell’argomento per settimane, forse lo faranno per mesi, senza mai raggiungere una conclusione, ma allo stesso tempo senza mai stufarsi.

MARCO giorni dopo mentre sta giocando a tennis con un amico comune suo e di ANNA, si ferma proprio prima di servire, riflette un attimo e dice "Stefano, che tu sappia Anna ha mai avuto un cavallo?"

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Indipendenti pubblici

Un intervento del solito, prezioso Gramellini, da "La Stampa" dell’11.02.2010

Indipendenti pubblici

Signor Premier, lei ha appena affermato che «non si può governare attaccati da pubblici dipendenti quali sono i giudici». Ora, non starò a scomodare il Montesquieu, famigerato comunista francese del Settecento, e nemmeno la Costituzione, smilzo best-seller del dopoguerra poi caduto nel dimenticatoio. Però vorrei rivelarle un segreto che apparirà bizzarro a chi, come lei, è un po’ litico e un po’ no: lo Stato e il governo non sono la stessa cosa. Sul serio: si può essere dipendenti dello Stato senza dipendere dal governo e dal suo capo.

Nell’imprenditoria privata, da cui lei proviene, sarebbe inimmaginabile. Nessuno può lavorare in un’azienda privata perseguendo interessi diversi da quelli del manager scelto dall’azionista. Nelle aziende pubbliche invece succede. E sa perché? Perché gli azionisti di uno Stato sono i cittadini. I quali scelgono il manager, cioè il premier, cioè lei, tramite libere elezioni. Ma nell’ingaggiarlo non gli delegano ogni potere. Soprattutto non gli riconoscono quello di considerare alle proprie dipendenze chiunque riceva uno stipendio pubblico. Per dire: i prefetti sono assistenti del manager e devono obbedirgli. I giudici no. I cittadini azionisti li pagano per applicare la legge a chiunque, anche al manager che gli stessi cittadini hanno assunto. E al fine di garantire la massima indipendenza a questi dipendenti molto particolari, rinunciano persino a nominarli direttamente. Follia pura, lo so. Si chiama democrazia. Il peggiore dei regimi, esclusi tutti gli altri: lo sosteneva già Churchill, un comunistaccio che le raccomando.

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Ecoballe

Ho spesso criticato le amministrazioni pubbliche del sud perché – lo dicono i dati – gestiscono in maniera pessima la raccolta differenziata dei rifiuti. Milioni e milioni di euro di finanziamenti vengono costantemente scialacquati con il preciso disegno di mantenere viva l’emergenza, situazione che determina a sua volta un maggiore invio di fondi e dalla quale, in ultima istanza, hanno un po’ tutti da guadagnare. Tutti, tranne l’ambiente e i cittadini.

Càpita però che anche nella augusta Milano, l’aurea capitale dell’impero, si raccontino delle fesserie travestendole da buone notizie.

Un comunicato stampa che troneggia anche nel sito web del Comune annuncia tutto tronfio che Milano ha compiuto un nuovo passo verso la sostenibilità ambientale, distribuendo uno "shopper" (=borsa per fare la spesa) biodegradabile, che non inquina. Bellissimo. Stupendo. Le magnifiche sorti e progressive.

Però. Naturalmente c’è un però. Da un lato l’amministrazione comunale si lustra tutta nel mostrarsi attenta alle esigenze dell’ambiente con un’iniziativa lodevole ma che, tutto sommato, ha un impatto estremamente ridotto sulla produzione di rifiuti: è sostanzialmente un’operazione di maquillage da vendere alla stampa e ai cittadini.

Nello stesso periodo Milano ha sospeso la raccolta sperimentale della cosiddetta "frazione umida" dei rifiuti solidi urbani: gli scarti di cucina per intenderci. A partire dall’inizio di dicembre questi rifiuti sono tornati ad appesantire il "sacco nero", quello dove trovano posto i rifiuti indifferenziati e che termina il suo viaggio in discarica o all’inceneritore. Quindi: o rimane in eterno a infestare qualche luogo della terra e, se non si sta attenti, a inquinare le falde acquifere, oppure viene liberato sotto forma di polveri sottili da qualche ciminiera, per la gioia dei nostri polmoni.

Al momento Milano raccoglie all’incirca il 35% dei rifiuti in maniera differenziata (Dati: "Indicatori ambientali ISTAT" – 2009): è meglio del 5,3% di Isernia e anche del 19,5% di Roma, ma nel complesso non è moltissimo. Vi sono capoluoghi di provincia che oltrepassano stabilmente il 60-70%. Come si può migliorare questo risultato? La letteratura di settore afferma che la frazione umida costituisce circa un terzo della nostra produzione di rifiuti. Ora, è sufficiente fare due semplici calcoli sulla carta del salumiere: Milano ha una popolazione di circa 1.300.000 abitanti, ciascuno dei quali, sempre secondo l’ISTAT, produce circa 580 kg di rifiuti all’anno: 1,6 kg al giorno. In totale circa 754.000 tonnellate di rifiuti all’anno: un’enormità. Un terzo di 754.000 fa 251.333. Duecentocinquantamila tonnellate che potrebbero essere raccolte in maniera differenziata finiranno invece in discarica o all’inceneritore anziché diventare fertile terriccio mediante il conferimento agli impianti di compostaggio; il tutto per una scriteriata scelta amministrativa.

Ma c’è anche una beffa. Leggiamo un passaggio del comunicato stampa; si parla ancora della borsa in carta distribuita dall’amministrazione.

"La
borsa, prodotta da un’azienda bresciana con materiali solo italiani, è stata disegnata dallo stilista Ennio Capasa di Costume National. Innovativa la scelta della carta, resistente all’umido e all’acqua,
finora utilizzata solo per la commercializzazione del cemento."

Ecco,
che bella cosa: lo stilista, il materiale italiano, l’azienda italiana,
la carta del cemento. La carta del cemento? Esatto: avete presente i
sacchi che si vedono nei cantieri edili? Quella carta. E se finora
è stata utilizzata solo per il cemento un motivo c’è: il fatto che è un materiale estremamente spesso e solido. Non del tutto male, si potrà
obiettare, ed è vero: meglio dei sacchetti di plastica, e anche di quelli in carta del supermercato, che si rompono spesso. Sul comunicato c’è scritto che è ecocompatibile e biodegradabile, ed è vero: la carta si biodegrada abbastanza bene (anche se ciò spesso costituisce un alibi per chi la abbandona in giro). Il fatto è che non c’è scritto che è compostabile, anche perché non avrebbero potuto. "Compostabile" significa infatti che un materiale è adatto ad essere conferito negli impianti di compostaggio per diventare concime, e queste caratteristiche sono individuate con precisione da una norma europea, la "En 13432", che è molto chiara in tal senso.

Quella carta così spessa che va bene per reggere il cemento non può essere utilizzata per raccogliere i rifiuti umidi, dopo che il Comune di Milano per molti mesi ha diffuso tra la popolazione un messaggio di segno esattamente opposto: utilizzare la carta come eventuale alternativa al Mater-bi per raccogliere i rifiuti umidi. Ah, già, ma chi se ne frega: tanto la raccolta dell’umido non si fa più.

Chissà se la cara Donna Letizia, che in queste foto si stima tutta, è in buona fede e queste cose le ignora oppure se è al corrente di tutto questo? Sta di fatto che la giunta di Milano mostra ancora una volta lo squallore della nostra classe politica, buona solo a gettare fumo negli occhi. Personalmente non sarei contrario all’Ecopass: è il principio, che vale in tutta Europa, del "chi inquina, paga". Mi domando però con che faccia questi figuri possono venire a escutermi l’odiosa gabella presentandomela come tassa ambientalista quando loro sono in prima persona responsabili di uno sfacelo ambientale di queste proporzioni. Altro che il sacchetto dello stilista.

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- Se fossi un personaggio storico, chi saresti? – Bud Spencer, o Terence Hill…

Una delle grandi sfide per i movimenti progressisti novecenteschi è stata quella legata all’alfabetizzazione delle masse. Nei testi di storia ho letto con commozione delle "biblioteche socialiste", piccoli allestimenti temporanei, generalmente minuscoli carrettini carichi di volumi che girovagavano per i borghi del centro e nord Italia all’inizio del secolo scorso prestando libri gratuitamente. Le grandi raccolte di libri erano nelle città, spesso rinchiuse negli oscuri penetrali dei palazzi signorili. Queste piccole realtà erano invece realizzate grazie al coraggio e alla passione di gente che spendeva il proprio tempo – e sovente il proprio denaro – per compiere una minutissima opera quotidiana, giorno per giorno, paese per paese, con l’altissimo fine di acculturare chi non aveva i soldi per acquistare libri. Non era opera compiuta con fini economici, ma a solo scopo di filantropia e di riscatto sociale degli umili.

Mia madre ha potuto studiare solo fino alla quinta elementare; ricorda i suoi bei temi di scuola con un misto di dolcezza e risentimento. Rammenta con giusto orgoglio gli ottimi voti in "lingua italiana" e in "bella grafia", rievoca con rabbia quella maestra della bassa bergamasca che sessantacinque anni fa diceva a lei e ai suoi compagni di classe che non si dannassero l’anima più di tanto, ché tanto non avrebbero comunque proseguito gli studi, "non sarebbero andati avanti", in nessun senso. Lei avrebbe voluto fare la giornalista, oppure la modista. Dovette andare a lavorare come infermiera generica in un ospedale psichiatrico, lontano da casa, gestito da suore tiranniche che neanche in un romanzo di appendice. Un lavoro che detestava, ma l’unico che era disponibile al momento, peraltro grazie alla raccomandazione del prete del paese.

Un amico mi narrava di sua nonna, domestica al servizio in casa di nobili, che gli diceva, parlando del suo primo voto, nel 1946: "A mi la ma piaseva quela roba lì dela demucrasìa, parché el me vodu al vareva instèss di quel di sciuri!" [A me piaceva quella roba lì, la democrazia, perché il mio voto aveva lo stesso valore di quello dei signori].

Queste sono state e sono tuttora le grandi sfide della democrazia. Ora si festeggiano i vent’anni dalla caduta del muro di Berlino. All’epoca avevo diciassette anni e fui il primo a gioirne. Ora, con la ricorrenza dell’anniversario, assisto con sconforto alla gara a prendere a calci il cadavere del comunismo e, con esso, di tutti i movimenti libertari otto e novecenteschi. Con vuoto esercizio di retorica ci si affanna a gridare al lupo, ma chi lo fa in realtà non si sta difendendo da un nemico geo-politico che non rappresenta più una minaccia strategica da almeno vent’anni, se non trenta. Sta negando il contenuto delle lotte che hanno visto come protagoniste tutte quelle persone che quelle battaglie le hanno combattute in nome di un’idea. Non fanno paura Stalin, Breznev, Honecker; fanno paura l’eguaglianza, il diritto, la mobilità sociale – e sopratutto la cultura, che del forziere delle libertà è la chiave preziosa.

Negli anni che scioccamente e frettolosamente sono stati etichettati come "fine della Storia" (occhio alle maiuscole), in realtà, molte delle mie idee democratiche ed egualitarie sono state messe a dura prova: quello che non sono riusciti a fare Bava-Beccaris, l’OVRA, Mario Scelba, Henry Kissinger – distruggere le idee di riscatto sociale – sta riuscendo a causa della stupidità di questi anni, a causa dei contenuti e dell’esistenza stessa di idiozie mediatiche come il Grande
Fratello
. Come sanno, o sperano, tutti coloro i quali hanno letto "Fahrenheit 451", se la cultura viene proibita state pur sicuri che essa fiorirà in clandestinità ancora più rigogliosa. Se però va fuori moda, non c’è movimento che la possa salvare.

Vedere per credere il video messo in giro dalla Gialappa’s in questi giorni che immortala gente che ha preso parte ai provini per la nefanda trasmissione televisiva. Se questi sono gli esclusi non oso immaginarmi chi hanno preso… Questa non è gente che è ignorante perché
non ha avuto la possibilità di studiare. Questi sono bestie orgogliose
e consapevoli della loro condizione, del tutto intenzionati a perpetuarla
; gente che aspira a prendere parte ad una kermesse tutta mediatica in cui non è necessario saper fare alcunché, basta apparire per essere. E lo sconforto sale. Chissà cosa direbbero quelli delle biblioteche socialiste.


  

"- Se fossi un personaggio storico, chi saresti? – Mah: Bud Spencer, Terence Hill…"

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