Si potrebbe parlare a lungo del rapporto tra beni di lusso ed economia di crisi. Tanto per opporre un’obiezione sensata a quelli che dicono che la crisi non c’è “perché i ristoranti sono tutti pieni”, possiamo ricordare che, storicamente, i beni di fascia alta caratterizzano maggiormente proprio le fasi di scarsa presenza di ricchezze diffuse.
Nel Trecento, secolo che per l’Europa occidentale fu di crisi per antonomasia, le navi che commerciavano con l’oriente, tanto per dire, trasportavano soprattutto spezie e tessuti raffinati. Le carovane che andavano a nord commerciavano in ambra e pelli. Nel Cinquecento epoca di fiorenti commerci in tutto il Mediterraneo, i galeoni trasportavano… olive. Sembra un paradosso, ma non lo è. Data una somma iniziale da investire, un mercante del XIV secolo era obbligato a rischiare, per avere prodotti da vendere ai signori, giacché le classi sociali più basse avevano a malapena di che provvedere alla propria sussistenza. Se al mercante di turno andava bene un viaggio, la fortuna era fatta; ma c’erano i pirati, le guerre, le intemperie… Se un carico affondava, era la rovina. La circolazione di numerosi beni di scarso valore, invece, permette di ripartire la stessa somma su molte navi da carico diverse, riducendo di conseguenza l’incidenza del rischio. Naturalmente, affinché si possa investire in olive, ci deve essere chi te le compra.
Fuor di metafora, e per tornare a noi: credo che il fatto incontestabile, evidente da parecchi riscontri, sia quello che si va sempre più ampliando la forbice tra i poveri e i ricchi. Può essere un’opportunità per il nostro sistema che, anziché far concorrenza ai cinesi comprimendo la variabile lavoro (che non potrà mai scendere – per fortuna – ai livelli retributivi dei paesi asiatici), potrà tornare a investire sull’eccellenza, sulla nicchia. Sempre che, prima che si ritorni a far girare i soldi, i poveri non finiscano le loro olive…
