Una società ad alta velocità

Ci ho pensato a lungo: sono contro il TAV.

La Val di Susa, laddove è larga tanto, è larga un chilometro e quattrocento metri, ma il problema secondo me non è neanche questo: la questione da porsi è quella del modello di sviluppo che ci sta alle spalle in primo luogo, e del cui prodest in secondo.

Il tentativo che viene fatto, infatti, è quello di trasportare, come sempre, il discorso su un piano tecnocratico, in maniera tale da azzittire coloro i quali non sono necessariamente esperti di ingegneria dei trasporti, di geologia, o di chissà diavolo cos’altro – e forse neanche questo è del tutto vero, perché non si è ancora visto un tentativo di dialogo serio di fronte alle oltre cento pagine di controdeduzioni nel merito presentate dai valligiani.

Ma qui, oggi, ci troviamo di fronte a due modelli, due filosofie che si fronteggiano. Da un lato un esperimento, con pochi precedenti su questa scala, di democrazia partecipata. Non sto scherzando: da anni mi occupo professionalmente di Agenda21 e processi decisionali partecipati: nei casi di scuola e in quelli da me personalmente conosciuti, raramente ho visto una comunità reticolare attiva e propositiva come quella dei valsusini; mentre tutto il mondo rutta la parola “governance“, loro stanno da anni portando avanti una battaglia seria in cui propongono questo modello, mentale prima ancora che organizzativo.

Se li ascoltassimo veramente, se prendessimo esempio, avremmo molto da imparare.

Ancora di più abbiamo da imparare dalla riflessione sullo sconsiderato schema economico che sta alle spalle del ragionamento delle alte sfere: crescita, crescita, crescita! Comprare, comprare, comprare! In molti avranno letto, o almeno sentito parlare del modello di “decrescita felice” proposto tra gli altri dall’economista Maurizio Pallante: ecco, lui propone dei modelli economici che non rilevano ai fini del PIL, ma a quelli della felicità, del benessere e della crescita sociale. Troppo lungo qui affrontare compiutamente il discorso (del resto, quello di Pallante è un piccolo libretto che si trova ovunque e si legge in poco tempo), ma a me colpisce in particolare un passaggio dell’articolo di Mercalli, apparso una settimana fa sul “Fatto quotidiano”: quello dove si sottolinea che da nessuna parte è garantito che vi sarà nei prossimi anni quella crescita esponenziale dei commerci che dovrebbe giustificare, o addirittura essere garantita dall’alta velocità.

È tutta qui la tara del ragionamento: siamo prigionieri di uno schema mentale – quello della crescita continua e necessaria – che ci hanno sempre presentato come l’unico possibile, e che invece è perfettamente lecito mettere in discussione. In nome di questo modello ci spiegano che le linee esistenti potrebbero anche essere valorizzate – eeeeeeh sì, ma mica al massimo, perché vanno un po’ in salita. È il problema di quando ci si innamora delle potenzialità teoriche della tecnologia. Dobbiamo sfruttarle al massimo!

Certo, ci sono momenti in cui potrei comprarmi un’autovettura più bella, più potente. È un investimento? Un costo? Riuscirò a mantenerla? E, soprattutto, MI SERVE?!

Pare che la logica sia: se si può, si DEVE. E perché mai?

Per lo stesso principio, nei piani regolatori è meglio inserire delle belle colate di cemento piuttosto che delle riqualificazioni di edifici preesistenti. Riqualificare è più difficile? certo! È più dispendioso? mah. E in Val di Susa allora che facciamo? Molliamo tutto, abbandoniamo anche l’idea che si possano fare un potenziamento o una manutenzione e costruiamo una bella linea nuova.

La costruiamo davvero? No.

Dobbiamo iniziare il cantiere – e c’è la giustificazione dei fondi europei che scadono, poi sforacchiamo ben bene tutta la Val di Susa, facciamo partire dei lavori che non dureranno mai i tempi previsti ma – s’è mai visto nulla di diverso in Italia? – molto, molto di più, con le solite laute prebende alle enormi società che gestiscono gli appalti, se va bene, alla criminalità organizzata se va male, facciamo circolare camion, macchinari, dobbiamo sversare rifiuti. Se la linea si farà, quando, e con che soldi non si sa con precisione.

Perché questo è un altro problema: le “grandi opere” sono una bella cosa, ma vanno bene nei regimi scarsamente democratici (ne abbondano la Cina e Singapore, tanto per dire), oppure erano una bella cosa cento anni fa. Allora si celebravano i trionfi di una scienza che ha avuto tutto il Novecento per riflettere – giustamente – sulle sue potenzialità e sui suoi limiti: non ha più bisogno dell’infantile misurazione delle proprie capacità.

Eppure, tutte le volte che qualche politico è a corto di idee e di consensi, ecco partire il panegirico sulla necessità delle “grandi opere”: fumo negli occhi per il popolino, che si sente tanto orgoglioso di avere il grattacielo più alto o il ponte più lungo (tacendo sulla facile simbologia junghiana di questi artefatti); soprattutto, lauti guadagni in vista per tutta una categoria trasversale di imprenditori, più o meno interessati, più o meno occulti.

E sono cantieri che non portano lavoro, no. Ho seguito, per una parte della mia vicenda professionale, le vicissitudini di Expo 2015: la retorica patria voleva una grande kermesse che portasse enormi posti di lavoro e ricadute sul territorio. Ebbene. Come per quello che è stato il cantiere di Fiera Milano a Rho, il problema principale, di cui si è discusso a lungo in svariate sedi politiche e istituzionali, era quello che il territorio potesse intercettare una minima ricaduta delle enormi somme in gioco: tutti gli appalti sono stati (e saranno, nel caso di Expo) gestiti con la logica degli appaltatori che subappaltano a subappaltatori che risubappaltano in una tragica parodia della Fiera (S.p.A.) dell’Est. E questo proprio per l’enormità degli appalti, che permettono l’ingresso solo a pochi, scelti, general contractors, sempre quelli, svincolati da ogni obbligo di trasparenza nella gestione dei soldi pubblici.

Nel cantiere di Fiera, fino al 2006, per chi non lo sapesse, sono morti una manciata di operai. Ma chi se ne frega: egiziani, marocchini: puah. Intanto, com’è noto a chi ci vive e ci lavora, il territorio non ha beneficiato di un quattrino dalla presenza di Fiera. La società, saldamente in mano ai ciellini, offre solo lavori a tempo determinato, stages, lavoro da hostess (massimo trenta giorni – trenta!) all’anno. Rhodensi, peresi e milanesi sono ancora lì col naso all’insù a cercare di capire da dove arriveranno i soldi che avrebbero dovuto investire il loro territorio. Per il momento fanno i conti col traffico e con lo smog.

Parimenti è questo il senso della contestazione sull’Expo: che senso ha, nel XXI secolo inoltrato, tenere un evento concepito per essere fatto a metà ottocento, quando vedere il padiglione del ferrovetro francese poteva essere l’occasione di una vita? (Oh, certo: i proprietari dei terreni ci guadagneranno un bel po’, in termini di denaro oppure di aumento spropositato del volume edificabile a babbo morto.)

No, non è questione di NIMBY: è uno scontro tra modelli di vita e di pensiero. Ho sempre cercato di non fare il militante della sinistra ecologista ideologizzata, a cui non va bene niente che non sia la pastorella con il fiore in bocca e la pecorella, ma questa è davvero una battaglia di civiltà.

Volete la migliore delle controprove?

Quanto sia lecito, oggi, in Italia, dubitare di questo modello, ve lo stanno spiegando quei signori travestiti da opliti greci che non stanno però lottando per la libertà, ma sparano bombe lacrimogene e tirano manganellate a una folla di dimostranti pacifici, già intimiditi in questi mesi da vessazioni di ogni genere: perquisizioni, indagini, intercettazioni (di queste non si scandalizza nessuno). 

Immagini da Cile di Pinochet che mi fanno schifo e profonda vergogna. Se mai avessi avuto dei dubbi, oggi me li hanno tolti tutti.

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