Beppe Grillo ha fatto “Bu!” alla partitocrazia cattiva. Benissimo. E adesso? Che famo? Continuiamo a gridare “Vaffanculo” finché ci va via la voce? Ok. E poi?
Grillo ha avuto e ha l’indubbio merito di porre con forza e semplicità una serie di questioni che il resto della classe politica ha sempre ignorato fischiettando e levando gli occhi al cielo. Tra queste una seria politica delle energie rinnovabili e la questione della moralità della politica: ad esempio ha rinunciato con le sue liste a quello scandalo senza fine che sono i rimborsi spese elettorali. E chiunque sappia come funziona questo meccanismo perverso sa benissimo che questi soldi drenati senza ritegno dai partiti non sono neanche lontani parenti della democrazia.
Inoltre sostiene la potenza di un’informazione libera, condotta attraverso il meccanismo paritario della rete, che costituisce la sua vera, grande forza.
Molte altre cose però mi lasciano perplesso, e non poco. Dal punto di vista del marketing “politico”, diciamo che ha occupato quella nicchia di voti dell’extraprotesta che in qualche modo remunera sempre. Inutile dire che ci sono molti precedenti, noti e meno noti: dal famoso “Uomo qualunque” di Giannini alla stessa Lega.
Il movimento di Giannini, risalente al biennio 1946-48, era una forma di fascismo surrettizio, tant’è vero che annoverava per la gran parte reduci di Salò che ancora non potevano presentarsi col proprio volto e il proprio nome. E del fascismo condivideva certe istanze antipartitocratiche che, tuttavia, sconfinavano qui e là nell’”antidemocratico”. Tanto per dire: si sosteneva la necessità che molte cariche pubbliche fossero assegnate per sorteggio. Grillo invoca la gratuità delle cariche pubbliche (anche nell’Ottocento lo erano: tant’è vero che potevano permettersi di ricoprirle solo i detentori di qualche rendita, cioè i nobili e i possidenti). E anche Grillo in più di una occasione ha sostenuto e sostiene l’opzione del sorteggio.
E pure questa non è un’idea nuovissima: già vista nell’Atene del V e IV secolo a.C.
Era una reale garanzia di democrazia? Non sempre: con meccanismi democratici così estremi il potere reale finiva per spostare la barra del timone. La forza politica alla fine non era nelle mani di chi manovrava politicamente le assemblee, ma di chi, più di altri, contribuiva a formare l’opinione pubblica: non a caso la parola “demagogo” (= colui che guida il popolo) nasce in questa circostanza.
La democrazia, diretta, totale: come quella della rete, dove tutti sono paritari.
La rete è un formidabile strumento contro l’oppressione: se non l’avessimo avuta non avremmo avuto notizia, tanto per dire, di molte delle rivolte dei popoli arabi di questi ultimi mesi. Eppure, per noi che viviamo in realtà (più o meno) democratiche, tante volte può essere uno strumento incontrollato. Quante volte ci è capitato di assistere alla diffusione virale di notizie del tutto prive di fondamento? Dalle donazioni urgentissime (e sempre fasulle) di midollo osseo, al presunto e annunciato terremoto a Roma della scorsa settimana. Quante voci bislacche si leggono su Wikipedia, solo perché sono state votate come corrette da una decina di utenti che ci passano sopra la giornata?
La logica del “tutti possono fare tutto” non mi garba neanche un po’ perché, lungi dall’essere democratica, ci sottopone alla tirannide del numero. Io non mi farei mai operare di appendicite da un chirurgo eletto dal popolo, se si capisce cosa voglio dire. Come ci sono i chirurghi che devono saper fare il loro mestiere, anche storici, giornalisti, giuristi devono avere un minimo di accreditamento per poter dire, scrivere, fare, quello che dicono, scrivono, fanno.
Socrate fu uno dei più grandi pensatori dell’umanità, visse nel sistema politico più democratico della storia (se fingiamo di dimenticarci le donne e gli schiavi), eppure venne condannato a morte, innocente, sulla scorta di accuse demagogiche. E così, nel corso del tempo, la parola “demagogo” ha assunto connotazioni sinistre. Anche “qualunquista” è passato ad avere significato negativo. Il numero non è sempre garanzia di qualità.
Intendiamoci: qui nessuno sostiene il contrario, che è giuridicamente inammissibile e politicamente insensato, cioè che governi la minoranza.
Il problema centrale, a mio modesto avviso, è quello della qualità della formazione del consenso. E non parlo solo del consenso politico, ma anche di quello sociale, economico e di costume, che è più sottile. Non è solo “Annozero” a fare informazione politica: ma anche “Amici”, “La vita in diretta”, “La prova del cuoco” e “Chi”. La rete è uno strumento potente, ma non può essere il solo. “Timeo hominem unius libri“, scriveva Tommaso d’Aquino: “ho paura dell’uomo con un solo libro”. Anche se il libro stesso è la rete. Quanti sostenitori delle più bizzarre teorie del complotto trovano cittadinanza in rete? Hanno ripreso fiato fòle vecchie come il mondo, tra cui il complotto dei “Savi di Sion”, ben nota come bufala delle bufale per chiunque la conoscesse solo da testi di storici seri (di qualunque tendenza fossero questi storici).
L’informazione deve essere libera, multiforme, poliedrica, senza dogmi. Deve avere tante fonti, tutte diverse nel metodo e nel mezzo. In questo dovrebbe – e deve – avere un ruolo fondamentale una scuola che deve essere parimenti libera, multiforme, poliedrica, senza dogmi. È il motivo per cui quelli stanno tentando di distruggere la scuola pubblica di base e di rendere un supermarket l’istruzione superiore e universitaria. Ed è il motivo per cui noi non dobbiamo mollare su questi temi.
Dove va Grillo non lo so, ma lo tengo sotto osservazione. Ha costretto i partiti di sinistra a tornare a dialogare col loro elettorato, e questo è senz’altro un bene: prigionieri com’erano del mito del “moderatismo” avevano finito per scordare la propria base che, a sua volta, li aveva salutati e, come due vecchi che si sono amati tanto, se n’era andata con rancore.
D’altro canto non ha molte strade davanti a sé: la peggiore è quella di rimanere confinato in un’eterna infanzia senza voler crescere mai, mandare tutti a quel paese, organizzare il “V day”, mostrare le chiappe ai partiti brutti e maleodoranti, ma rimanere sostanzialmente in un angolo: non so quanta gente potrà continuare a concordare sul fatto che “Pisapia e Moratti sono esattamente la stessa cosa” (Ipse dixit). O, peggio ancora, di “normalizzarsi”: la Lega fuori dal tribunale di Milano nel 1992 ve la ricordate tutti, vero?, che sventolava il cappio in parlamento ogni volta che veniva negata un’autorizzazione a procedere nei confronti di deputati socialisti o democristiani. E che ora siede pasciuta a tutti i banchetti imbanditi dagli odiati partiti centralisti.
Tutto sommato, si può già iniziare ad osservare che questo rifiuto totale di Grillo, questo “vaffanculo” senza se e senza ma, è quantomeno sospetto se pronunciato con protervia e insistenza da uno che, terminata la giornata, si rifugia nella sua consistente ricchezza personale, nella sua villa da qualche miliardo (dove però ha i pannelli solari perché fa ‘politically correct‘) e nelle sue barche. Un rivoluzionario serio una volta disse: “Lascia tutti i tuoi averi e seguimi.” Ma per farlo davvero bisognava essere San Francesco, non Beppe Grillo.
La migliore opzione per Grillo è quella di provare a crescere e, se crede veramente nella democrazia, di provare a contarsi, ma contarsi sul serio, abbandonando quell’aura da profeta millenarista che porta i suoi a venerarlo e a me, invece, lo fa apparire in una luce decisamente inquietante.