Girano le olive

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Si potrebbe parlare a lungo del rapporto tra beni di lusso ed economia di crisi. Tanto per opporre un’obiezione sensata a quelli che dicono che la crisi non c’è “perché i ristoranti sono tutti pieni”, possiamo ricordare che, storicamente, i beni di fascia alta caratterizzano maggiormente proprio le fasi di scarsa presenza di ricchezze diffuse.

Nel Trecento, secolo che per l’Europa occidentale fu di crisi per antonomasia, le navi che commerciavano con l’oriente, tanto per dire, trasportavano soprattutto spezie e tessuti raffinati. Le carovane che andavano a nord commerciavano in ambra e pelli. Nel Cinquecento epoca di fiorenti commerci in tutto il Mediterraneo, i galeoni trasportavano… olive. Sembra un paradosso, ma non lo è. Data una somma iniziale da investire, un mercante del XIV secolo era obbligato a rischiare, per avere prodotti da vendere ai signori, giacché le classi sociali più basse avevano a malapena di che provvedere alla propria sussistenza. Se al mercante di turno andava bene un viaggio, la fortuna era fatta; ma c’erano i pirati, le guerre, le intemperie… Se un carico affondava, era la rovina. La circolazione di numerosi beni di scarso valore, invece, permette di ripartire la stessa somma su molte navi da carico diverse, riducendo di conseguenza l’incidenza del rischio. Naturalmente, affinché si possa investire in olive, ci deve essere chi te le compra.

Fuor di metafora, e per tornare a noi: credo che il fatto incontestabile, evidente da parecchi riscontri, sia quello che si va sempre più ampliando la forbice tra i poveri e i ricchi. Può essere un’opportunità per il nostro sistema che, anziché far concorrenza ai cinesi comprimendo la variabile lavoro (che non potrà mai scendere – per fortuna – ai livelli retributivi dei paesi asiatici), potrà tornare a investire sull’eccellenza, sulla nicchia. Sempre che, prima che si ritorni a far girare i soldi, i poveri non finiscano le loro olive…

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Una società ad alta velocità

Ci ho pensato a lungo: sono contro il TAV.

La Val di Susa, laddove è larga tanto, è larga un chilometro e quattrocento metri, ma il problema secondo me non è neanche questo: la questione da porsi è quella del modello di sviluppo che ci sta alle spalle in primo luogo, e del cui prodest in secondo.

Il tentativo che viene fatto, infatti, è quello di trasportare, come sempre, il discorso su un piano tecnocratico, in maniera tale da azzittire coloro i quali non sono necessariamente esperti di ingegneria dei trasporti, di geologia, o di chissà diavolo cos’altro – e forse neanche questo è del tutto vero, perché non si è ancora visto un tentativo di dialogo serio di fronte alle oltre cento pagine di controdeduzioni nel merito presentate dai valligiani.

Ma qui, oggi, ci troviamo di fronte a due modelli, due filosofie che si fronteggiano. Da un lato un esperimento, con pochi precedenti su questa scala, di democrazia partecipata. Non sto scherzando: da anni mi occupo professionalmente di Agenda21 e processi decisionali partecipati: nei casi di scuola e in quelli da me personalmente conosciuti, raramente ho visto una comunità reticolare attiva e propositiva come quella dei valsusini; mentre tutto il mondo rutta la parola “governance“, loro stanno da anni portando avanti una battaglia seria in cui propongono questo modello, mentale prima ancora che organizzativo.

Se li ascoltassimo veramente, se prendessimo esempio, avremmo molto da imparare.

Ancora di più abbiamo da imparare dalla riflessione sullo sconsiderato schema economico che sta alle spalle del ragionamento delle alte sfere: crescita, crescita, crescita! Comprare, comprare, comprare! In molti avranno letto, o almeno sentito parlare del modello di “decrescita felice” proposto tra gli altri dall’economista Maurizio Pallante: ecco, lui propone dei modelli economici che non rilevano ai fini del PIL, ma a quelli della felicità, del benessere e della crescita sociale. Troppo lungo qui affrontare compiutamente il discorso (del resto, quello di Pallante è un piccolo libretto che si trova ovunque e si legge in poco tempo), ma a me colpisce in particolare un passaggio dell’articolo di Mercalli, apparso una settimana fa sul “Fatto quotidiano”: quello dove si sottolinea che da nessuna parte è garantito che vi sarà nei prossimi anni quella crescita esponenziale dei commerci che dovrebbe giustificare, o addirittura essere garantita dall’alta velocità.

È tutta qui la tara del ragionamento: siamo prigionieri di uno schema mentale – quello della crescita continua e necessaria – che ci hanno sempre presentato come l’unico possibile, e che invece è perfettamente lecito mettere in discussione. In nome di questo modello ci spiegano che le linee esistenti potrebbero anche essere valorizzate – eeeeeeh sì, ma mica al massimo, perché vanno un po’ in salita. È il problema di quando ci si innamora delle potenzialità teoriche della tecnologia. Dobbiamo sfruttarle al massimo!

Certo, ci sono momenti in cui potrei comprarmi un’autovettura più bella, più potente. È un investimento? Un costo? Riuscirò a mantenerla? E, soprattutto, MI SERVE?!

Pare che la logica sia: se si può, si DEVE. E perché mai?

Per lo stesso principio, nei piani regolatori è meglio inserire delle belle colate di cemento piuttosto che delle riqualificazioni di edifici preesistenti. Riqualificare è più difficile? certo! È più dispendioso? mah. E in Val di Susa allora che facciamo? Molliamo tutto, abbandoniamo anche l’idea che si possano fare un potenziamento o una manutenzione e costruiamo una bella linea nuova.

La costruiamo davvero? No.

Dobbiamo iniziare il cantiere – e c’è la giustificazione dei fondi europei che scadono, poi sforacchiamo ben bene tutta la Val di Susa, facciamo partire dei lavori che non dureranno mai i tempi previsti ma – s’è mai visto nulla di diverso in Italia? – molto, molto di più, con le solite laute prebende alle enormi società che gestiscono gli appalti, se va bene, alla criminalità organizzata se va male, facciamo circolare camion, macchinari, dobbiamo sversare rifiuti. Se la linea si farà, quando, e con che soldi non si sa con precisione.

Perché questo è un altro problema: le “grandi opere” sono una bella cosa, ma vanno bene nei regimi scarsamente democratici (ne abbondano la Cina e Singapore, tanto per dire), oppure erano una bella cosa cento anni fa. Allora si celebravano i trionfi di una scienza che ha avuto tutto il Novecento per riflettere – giustamente – sulle sue potenzialità e sui suoi limiti: non ha più bisogno dell’infantile misurazione delle proprie capacità.

Eppure, tutte le volte che qualche politico è a corto di idee e di consensi, ecco partire il panegirico sulla necessità delle “grandi opere”: fumo negli occhi per il popolino, che si sente tanto orgoglioso di avere il grattacielo più alto o il ponte più lungo (tacendo sulla facile simbologia junghiana di questi artefatti); soprattutto, lauti guadagni in vista per tutta una categoria trasversale di imprenditori, più o meno interessati, più o meno occulti.

E sono cantieri che non portano lavoro, no. Ho seguito, per una parte della mia vicenda professionale, le vicissitudini di Expo 2015: la retorica patria voleva una grande kermesse che portasse enormi posti di lavoro e ricadute sul territorio. Ebbene. Come per quello che è stato il cantiere di Fiera Milano a Rho, il problema principale, di cui si è discusso a lungo in svariate sedi politiche e istituzionali, era quello che il territorio potesse intercettare una minima ricaduta delle enormi somme in gioco: tutti gli appalti sono stati (e saranno, nel caso di Expo) gestiti con la logica degli appaltatori che subappaltano a subappaltatori che risubappaltano in una tragica parodia della Fiera (S.p.A.) dell’Est. E questo proprio per l’enormità degli appalti, che permettono l’ingresso solo a pochi, scelti, general contractors, sempre quelli, svincolati da ogni obbligo di trasparenza nella gestione dei soldi pubblici.

Nel cantiere di Fiera, fino al 2006, per chi non lo sapesse, sono morti una manciata di operai. Ma chi se ne frega: egiziani, marocchini: puah. Intanto, com’è noto a chi ci vive e ci lavora, il territorio non ha beneficiato di un quattrino dalla presenza di Fiera. La società, saldamente in mano ai ciellini, offre solo lavori a tempo determinato, stages, lavoro da hostess (massimo trenta giorni – trenta!) all’anno. Rhodensi, peresi e milanesi sono ancora lì col naso all’insù a cercare di capire da dove arriveranno i soldi che avrebbero dovuto investire il loro territorio. Per il momento fanno i conti col traffico e con lo smog.

Parimenti è questo il senso della contestazione sull’Expo: che senso ha, nel XXI secolo inoltrato, tenere un evento concepito per essere fatto a metà ottocento, quando vedere il padiglione del ferrovetro francese poteva essere l’occasione di una vita? (Oh, certo: i proprietari dei terreni ci guadagneranno un bel po’, in termini di denaro oppure di aumento spropositato del volume edificabile a babbo morto.)

No, non è questione di NIMBY: è uno scontro tra modelli di vita e di pensiero. Ho sempre cercato di non fare il militante della sinistra ecologista ideologizzata, a cui non va bene niente che non sia la pastorella con il fiore in bocca e la pecorella, ma questa è davvero una battaglia di civiltà.

Volete la migliore delle controprove?

Quanto sia lecito, oggi, in Italia, dubitare di questo modello, ve lo stanno spiegando quei signori travestiti da opliti greci che non stanno però lottando per la libertà, ma sparano bombe lacrimogene e tirano manganellate a una folla di dimostranti pacifici, già intimiditi in questi mesi da vessazioni di ogni genere: perquisizioni, indagini, intercettazioni (di queste non si scandalizza nessuno). 

Immagini da Cile di Pinochet che mi fanno schifo e profonda vergogna. Se mai avessi avuto dei dubbi, oggi me li hanno tolti tutti.

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Oh ragassi, siam mica matti?

I giornali di questi giorni pubblicano il testo di alcune conversazioni telefoniche che, in qualsiasi altro paese, farebbero cadere governo, maggioranza e svariati consigli di amministrazione. Si viene infatti a scoprire che i ministri e qualche alto dirigente di società pubbliche (RAI) o pseudo privatizzate (Ferrovie) sono una combriccola di scolaretti che si rivolge tremebonda e desiderosa di consigli, appoggi e opinioni a un imprenditore dalla dubbia fama (non Lui, un altro), già massone, già pregiudicato per tangenti, già radiato dall’ordine dei giornalisti, che non ricopre formalmente nessun incarico istituzionale.

I nostri governanti sono persone zelanti, e si sono attivati subito. Be’ no, non pensano mica di abolire queste belle frequentazioni; pensano di abolire le intercettazioni che ci hanno permesso di venirne a conoscenza che, come procedimento logico, è un po’ come prendersela con lo stivale se qualcuno ci tira un calcio.

Siccome il PDL preme per il solito disegno di legge che permetta a Berlusconi e ai suoi manutengoli di farsi impunemente gli affari propri, nel pomeriggio di oggi Bersani ha dichiarato che il PD è disponibile a discutere il contenuto di un disegno di legge che limiti le intercettazioni telefoniche. A me Pierluigi Bersani sta simpatico anche se, da quando è andato da Crozza, sembra diventato la perenne imitazione di se stesso: “Ohè ragassi! Siam mica matti?”. Mi sta simpatico ma, nel caso non fosse chiaro in precedenza, emerge chiaramente il fatto che è un esecutore.

E il mandante è D’Alema.

Questo del possibile dialogo sulle intercettazioni è il classico assist alla maggioranza in stile “baffino” che, tutte le volte che Berlusconi è agonizzante e non se lo filano più manco i suoi, lo rianima in qualche modo.

Il fatto è che il Napoleone del PD (già DS, già PDS, già PCI) ha un problema abbastanza serio per essere uno di sinistra: gli fanno schifo gli elettori, e le tenta tutte per farne a meno. Al Richelieu del centrosinistra gli piacciono le manovre di palazzo: ci si specchia, ci si compiace. È diventato Presidente del Consiglio dopo aver fatto fuori Prodi; è riuscito a perdere per due volte di seguito con lo stesso candidato, Francesco Boccia, le primarie per la regione Puglia, contro Vendola che poi per due volte ha vinto le elezioni; a Napoli hanno fatto votare persino i cinesi per taroccare le primarie, e il candidato non è arrivato neppure al ballottaggio. La Bicamerale per le riforme istituzionali è fuori concorso da tanto che è una cazzata inarrivabile.

Un mese fa il centrodestra perde le amministrative; il giorno dopo qualsiasi opposizione al mondo chiederebbe le dimissioni del governo. Il PD no, “perché così si farebbe un favore a Berlusconi”. Invece noi sì che siamo furbi: non gliele chiediamo e gli facciamo un dispetto a lasciarlo lì dov’è. Ohè, siam mica matti?

D’Alema come al solito ha un’uscita da fuoriclasse: propone il “governissimo”. Niente: è più forte di lui. Tutti assieme appassionatamente, perché le prossime elezioni mica vorrai fargliele perdere solo a loro.

Poi vinci anche il referendum, che non andava fatto perché – pure quello – era un “favore a Berlusconi”.

Ventisette milioni di italiani ribadiscono al nano che quella frase che legge dietro ai giudici dei tribunali non ha lo stesso valore della battuta sulla mela che sa di culo. E noi pensiamo bene di tenergli bordone su ‘sta storia delle intercettazioni, proponendone la versione da “opposizione responsabile”.

“La nostra è una posizione che parte dal problema alla fonte per cui non vengano divulgate intercettazioni che non ha senso divulgare.”

Bravo Bersani. E chi e quando lo decide quali intercettazioni hanno senso e quali no? Che differenza c’è a questo punto tra voi e Alfano? L’uomo dalla “fronte inutilmente spaziosa” (© Fortebraccio), da piccolo leguleio senza qualità sostiene che vanno bene solo quelle che hanno rilevanza penale.

Ma lasciate che vi spieghi una cosa: un conto è il fatto che un’azione, una circostanza siano illegali; un altro è che siano inopportune. La prima circostanza rileva per tutti i cittadini; la seconda è importante in special modo per i politici. Andare a cena con un imprenditore edile può non essere in sé un fatto penalmente rilevante ma converrete sul fatto che, se a farlo è un assessore ai lavori pubblici, siamo di fronte a una circostanza sconveniente.

Deputati e ministri godono di speciali privilegi ed immunità ma, da circa duecento anni a questa parte, i privilegi di cui godono non discendono dal diritto divino: sono invece strettamente legati alle funzioni di interesse pubblico che essi ricoprono, sono funzionali a quelle, e solo da quelle sono giustificati e giustificabili. Quindi ne devono rendere conto in ogni momento, sempre. In ogni cosa che fanno, in ogni conversazione telefonica, in ogni cena, in ogni vacanza. Nel momento in cui sei uomo pubblico devi essere “pubblico” a tutti gli effetti.

Nessuno fa il ministro perché gliel’ha ordinato il dottore. E, soprattutto, negli altri paesi, nessuno fa il politico a vita: quando sei stufo, quando non ti votano più smetti. Non vuoi correre il rischio di essere intercettato? Ritirati a vita privata.

A Berlusconi neanche mi rivolgo – e ai suoi servi in buona e mala fede neppure. Ma voi, D’Alema e compagnia cantante, volete una buona volta lasciare a noi il diritto di decidere che cosa è rilevante e che cosa no ai fini di una serena e corretta valutazione dell’azione politica? Ma lo volete capire che non siamo tutti immaturi perennemente arrapati che guardano dal buco della serratura?

Quali altre prove di maturità democratica volete? Quante altre elezioni dovrete vincere vostro malgrado e perdere senza capire perché prima che ve ne rendiate conto?

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Su democrazia e qualunquismo. E sulle crisi di crescita di Beppe Grillo.

Beppe Grillo ha fatto “Bu!” alla partitocrazia cattiva. Benissimo. E adesso? Che famo? Continuiamo a gridare “Vaffanculo” finché ci va via la voce? Ok. E poi?

Grillo ha avuto e ha l’indubbio merito di porre con forza e semplicità una serie di questioni che il resto della classe politica ha sempre ignorato fischiettando e levando gli occhi al cielo. Tra queste una seria politica delle energie rinnovabili e la questione della moralità della politica: ad esempio ha rinunciato con le sue liste a quello scandalo senza fine che sono i rimborsi spese elettorali. E chiunque sappia come funziona questo meccanismo perverso sa benissimo che questi soldi drenati senza ritegno dai partiti non sono neanche lontani parenti della democrazia.

Inoltre sostiene la potenza di un’informazione libera, condotta attraverso il meccanismo paritario della rete, che costituisce la sua vera, grande forza.

Molte altre cose però mi lasciano perplesso, e non poco. Dal punto di vista del marketing “politico”, diciamo che ha occupato quella nicchia di voti dell’extraprotesta che in qualche modo remunera sempre. Inutile dire che ci sono molti precedenti, noti e meno noti: dal famoso “Uomo qualunque” di Giannini alla stessa Lega.

Il movimento di Giannini, risalente al biennio 1946-48, era una forma di fascismo surrettizio, tant’è vero che annoverava per la gran parte reduci di Salò che ancora non potevano presentarsi col proprio volto e il proprio nome. E del fascismo condivideva certe istanze antipartitocratiche che, tuttavia, sconfinavano qui e là nell’”antidemocratico”. Tanto per dire: si sosteneva la necessità che molte cariche pubbliche fossero assegnate per sorteggio. Grillo invoca la gratuità delle cariche pubbliche (anche nell’Ottocento lo erano: tant’è vero che potevano permettersi di ricoprirle solo i detentori di qualche rendita, cioè i nobili e i possidenti). E anche Grillo in più di una occasione ha sostenuto e sostiene l’opzione del sorteggio.

E pure questa non è un’idea nuovissima: già vista nell’Atene del V e IV secolo a.C.

Era una reale garanzia di democrazia? Non sempre: con meccanismi democratici così estremi il potere reale finiva per spostare la barra del timone. La forza politica alla fine non era nelle mani di chi manovrava politicamente le assemblee, ma di chi, più di altri, contribuiva a formare l’opinione pubblica: non a caso la parola “demagogo” (= colui che guida il popolo) nasce in questa circostanza.

La democrazia, diretta, totale: come quella della rete, dove tutti sono paritari.

La rete è un formidabile strumento contro l’oppressione: se non l’avessimo avuta non avremmo avuto notizia, tanto per dire, di molte delle rivolte dei popoli arabi di questi ultimi mesi. Eppure, per noi che viviamo in realtà (più o meno) democratiche, tante volte può essere uno strumento incontrollato. Quante volte ci è capitato di assistere alla diffusione virale di notizie del tutto prive di fondamento? Dalle donazioni urgentissime (e sempre fasulle) di midollo osseo, al presunto e annunciato terremoto a Roma della scorsa settimana. Quante voci bislacche si leggono su Wikipedia, solo perché sono state votate come corrette da una decina di utenti che ci passano sopra la giornata?

La logica del “tutti possono fare tutto” non mi garba neanche un po’ perché, lungi dall’essere democratica, ci sottopone alla tirannide del numero. Io non mi farei mai operare di appendicite da un chirurgo eletto dal popolo, se si capisce cosa voglio dire. Come ci sono i chirurghi che devono saper fare il loro mestiere, anche storici, giornalisti, giuristi devono avere un minimo di accreditamento per poter dire, scrivere, fare, quello che dicono, scrivono, fanno.

Socrate fu uno dei più grandi pensatori dell’umanità, visse nel sistema politico più democratico della storia (se fingiamo di dimenticarci le donne e gli schiavi), eppure venne condannato a morte, innocente, sulla scorta di accuse demagogiche. E così, nel corso del tempo, la parola “demagogo” ha assunto connotazioni sinistre. Anche “qualunquista” è passato ad avere significato negativo. Il numero non è sempre garanzia di qualità.

Intendiamoci: qui nessuno sostiene il contrario, che è giuridicamente inammissibile e politicamente insensato, cioè che governi la minoranza.

Il problema centrale, a mio modesto avviso, è quello della qualità della formazione del consenso. E non parlo solo del consenso politico, ma anche di quello sociale, economico e di costume, che è più sottile. Non è solo “Annozero” a fare informazione politica: ma anche “Amici”, “La vita in diretta”, “La prova del cuoco” e “Chi”. La rete è uno strumento potente, ma non può essere il solo. “Timeo hominem unius libri“, scriveva Tommaso d’Aquino: “ho paura dell’uomo con un solo libro”. Anche se il libro stesso è la rete. Quanti sostenitori delle più bizzarre teorie del complotto trovano cittadinanza in rete? Hanno ripreso fiato fòle vecchie come il mondo, tra cui il complotto dei “Savi di Sion”, ben nota come bufala delle bufale per chiunque la conoscesse solo da testi di storici seri (di qualunque tendenza fossero questi storici).

L’informazione deve essere libera, multiforme, poliedrica, senza dogmi. Deve avere tante fonti, tutte diverse nel metodo e nel mezzo. In questo dovrebbe – e deve – avere un ruolo fondamentale una scuola che deve essere parimenti libera, multiforme, poliedrica, senza dogmi. È il motivo per cui quelli stanno tentando di distruggere la scuola pubblica di base e di rendere un supermarket l’istruzione superiore e universitaria. Ed è il motivo per cui noi non dobbiamo mollare su questi temi.

Dove va Grillo non lo so, ma lo tengo sotto osservazione. Ha costretto i partiti di sinistra a tornare a dialogare col loro elettorato, e questo è senz’altro un bene: prigionieri com’erano del mito del “moderatismo” avevano finito per scordare la propria base che, a sua volta, li aveva salutati e, come due vecchi che si sono amati tanto, se n’era andata con rancore.

D’altro canto non ha molte strade davanti a sé: la peggiore è quella di rimanere confinato in un’eterna infanzia senza voler crescere mai, mandare tutti a quel paese, organizzare il “V day”, mostrare le chiappe ai partiti brutti e maleodoranti, ma rimanere sostanzialmente in un angolo: non so quanta gente potrà continuare a concordare sul fatto che “Pisapia e Moratti sono esattamente la stessa cosa” (Ipse dixit). O, peggio ancora, di “normalizzarsi”: la Lega fuori dal tribunale di Milano nel 1992 ve la ricordate tutti, vero?, che sventolava il cappio in parlamento ogni volta che veniva negata un’autorizzazione a procedere nei confronti di deputati socialisti o democristiani. E che ora siede pasciuta a tutti i banchetti imbanditi dagli odiati partiti centralisti.

Tutto sommato, si può già iniziare ad osservare che questo rifiuto totale di Grillo, questo “vaffanculo” senza se e senza ma, è quantomeno sospetto se pronunciato con protervia e insistenza da uno che, terminata la giornata, si rifugia nella sua consistente ricchezza personale, nella sua villa da qualche miliardo (dove però ha i pannelli solari perché fa ‘politically correct‘) e nelle sue barche. Un rivoluzionario serio una volta disse: “Lascia tutti i tuoi averi e seguimi.” Ma per farlo davvero bisognava essere San Francesco, non Beppe Grillo.

La migliore opzione per Grillo è quella di provare a crescere e, se crede veramente nella democrazia, di provare a contarsi, ma contarsi sul serio, abbandonando quell’aura da profeta millenarista che porta i suoi a venerarlo e a me, invece, lo fa apparire in una luce decisamente inquietante.

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Il Paese della fisica quantistica

Vignetta dal "Fatto quotidiano" del 31.08.2010

Da quel poco che ne so – mi perdonino gli esperti! – nella fisica quantistica viene rivoluzionato il tradizionale rapporto tra causa ed effetto:
può capitare che causa ed effetto occorrano in un ordine inverso
rispetto a quello tradizionale, ovvero può darsi che vi siano cause
senza effetto oppure, soprattutto, effetti senza causa.

Se a qualcuno questo concetto può apparire ostico o improbabile, può
farsi un’idea pensando all’Italia: da noi capita che vi sia un corrotto
senza corruttore (vedi alla voce “Mills”), e può pure capitare che vi siano delle "puttane" senza puttaniere. Absit iniuria:
l’ho scritto tra virgolette, e vado a spiegare. Leggo infatti nella
stampa di questi giorni, piatta e conformista come al solito, dei
giudizi niente affatto lusinghieri sulle oltre duecento ragazze
scritturate a Roma per fare da parterre di lusso all’ennesima pantomima di Muammar Gheddafi.
E, a questo proposito, l’ironia, il sottile sarcasmo la fanno da
padroni nei servizi della stampa; qui e là fa capolino il moralismo di
bassa lega di chi addita queste ragazze che, secondo questa logica un
po’ maschilista “si vendono” a qualcuno.

Una vecchia barzelletta (forse poco politically correct)
recita più o meno così: “Signorina, lei verrebbe a letto con me per un
miliardo di euro?” “Be’ càspita: un miliardo è veramente tanto.
D’accordo: accetto!”. “E per dieci euro?” “Come ‘per dieci euro’? Ma per
chi mi ha preso?!” “Quello lo abbiamo già stabilito, signorina; adesso
stiamo solo trattando sul prezzo!”.

Allora cos’è vendersi? Quant’è vendersi? È una questione di prezzo? Anche i soldati privati che prestano servizio in Iraq sono stati definiti con lo sprezzante epiteto di “mercenari”,
ma questo non ha impedito a uno di loro di morire con dignità davanti
alle telecamere degli estremisti che l’avevano rapito. I generali
americani sono eroi? Forse solo perché sono pagati di più?

Ma è peggio vendere o comprare? Se uno si vende a Berlusconi diventa un direttore di (tele)giornale o resta un leccaculo?
Dipende forse dal piacere che prova nel farlo? Le ragazze di Roma sono
state pagate tra i cento e i centocinquanta euro per l’intera giornata;
sono state sottoposte a una fila lunga e stressante e, se dobbiamo dare
retta ad alcune voci trapelate, sono state oggetto di un’umiliante
perquisizione da parte delle guardie di sicurezza del dittatore libico.

Quando ho sentito questa notizia ho pensato semplicemente che a Roma e dintorni c’erano duecento ragazze disoccupate, che
hanno approfittato dell’occasione per guadagnare più di quanto
avrebbero guadagnato promuovendo per tre giorni il caffè al supermercato
o dando ripetizioni al CEPU
. Nessuno nega che tra loro possano
esservene alcune che per un miliardo di euro, forse molto di più, forse
molto di meno, avrebbero offerto altre prestazioni. Ma delle intenzioni
non siamo chiamati a dar conto.

A me interessa un altro aspetto: com’è possibile, a fronte di certi
giudizi vomitati dai moralisti della stampa nostrana, che io non abbia
letto altrettante critiche al caro colonnello, tutt’al più rubricato
alla voce ‘folklore‘? Purtroppo non si tratta solo di un buffone che si veste da Michael Jackson nei giorni pari e da Lawrence d’Arabia
in quelli dispari. Non si tratta di un vecchio miliardario eccentrico
con qualche ubbìa, come il vezzo di montare la sua tenda beduina ovunque
vada: si tratta di un dittatore, spietato col suo popolo e ancor più coi richiedenti asilo, il cui paese non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra,
che non permette alla stampa e alle organizzazioni umanitarie,
sovranazionali e non governative di entrare nel proprio Paese. Si tratta
di un vecchio maniaco che ama pavoneggiarsi davanti a duecento
fanciulle all’uopo pagate.

Duecento puttane? Forse. Ma il puttaniere, allora, dov’è? Benvenuti nel Paese dove vige la fisica quantistica, il Paese degli effetti senza cause.

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Lo schifo che è dentro di noi

La notizia è dell’altro ieri e, chissà perché, non mi stupisce. A Civitanova Marche, pochi chilometri da dove mi trovavo in vacanza per qualche giorno, un gruppo di ragazzini di 10 – 11 anni ha preso a calci un immigrato bengalese, un venditore ambulante da spiaggia reo, a loro avviso, di violazione di "proprietà privata", essendosi seduto su una sedia a sdraio in quel momento libera per riposarsi per qualche istante. L’episodio è solo l’ultimo di una preoccupante serie. Giusto per citarne uno simile, che mi aveva parecchio colpito: nell’ottobre del 2008, nella civilissima (e leghistissima) Varese, una studentessa marocchina era stata aggredita dai suoi coetanei perché sull’autobus si era seduta su un posto riservato ai non deambulanti. Quel posto, nel delirio degli aggressori, era divenuto un posto "riservato agli italiani" e pertanto non poteva essere occupato da una straniera (chissà se avrebbero avuto la stessa reazione qualora la ragazza fosse stata svizzera o americana…). Un episodio degno del Sudafrica dell’apartheid, o dell’America degli anni Trenta. All’epoca i genitori avevano abbozzato; "si è trattato di un episodio di bullismo – argomentavano -: il razzismo non c’entra".

Ieri, peggio: i genitori erano presenti, e ridevano dell’episodio. Fieri, immagino, del fatto che i loro marmocchi avessero ben interiorizzato i truci discorsi sentiti a casa, magari a corredo delle notizie del telegiornale. Bisognerebbe ammazzarli tutti, ci rubano il lavoro, mandiamoli a casa loro, con tutte le varianti: falsificano i nostri prodotti e fanno sparire i morti per sostituirli coi vivi (i Cinesi); prova ad andare tu a casa loro a pregare in una chiesa (i Musulmani); rapiscono i bambini e li usano per chiedere l’elemosina (gli Zingari), e via così.

Certa stampa illuminata – vedi alla voce "Libero" e "Il Giornale" minimizza l’episodio, richiamandoci alle nostre brucianti contraddizioni: ci sono un sacco di bambini che si comportano male, ma nessuno dice niente. Ma come? Buttano le cartacce per terra e nessuno si indigna. Uno dei geni che hanno lasciato i propri commenti alla notizia sul sito del Giornale ha anche avuto il coraggio di chiosare che i genitori "magari ridevano per una barzelletta" (effettivamente anch’io sono solito lanciarmi in lepidezze mentre a cinque metri da me mio figlio si azzuffa con una persona); qualcun altro ha scritto che forse "non erano loro i genitori" (giusto, allora che lo ammazzino pure, chi se ne frega!); infine uno ha tuonato la sentenza finale: "Terminare completamente e
immediatamente questa immigrazione risolverebbe questo problema non
totalmente ma al 50%. e se si espelerebbe tutti i clandestini, al 100%.", però, a seguito del "se si espelerebbe" è stato immediatamente privato della cittadinanza italiana e imbarcato sul primo aereo in partenza per la Libia.

La cosa che trovo più odiosa è che questi stessi fenomeni sono pronti ad azzannare alla gola, proponendo l’odioso ricatto del razzismo, chiunque azzardi una critica allo stato di Israele, anche quando questo adotta comportamenti palesemente inumani (vedi alla voce: "muro"). Si rammenta, giustamente, l’olocausto. Personalmente ritengo che l’olocausto non sia il sacrificio purificatore che legittima a priori qualsiasi nefandezza compiuta da parte di Israele a quasi settant’anni di distanza. L’insegnamento dell’olocausto è ben diverso: potremmo, ad esempio, ricordarci che i primi passi della persecuzione nazista sono cominciati, appunto, col diritto di deridere, percuotere, derubare gli ebrei. Bambini, adulti, tutti insieme appassionatamente complici della nefanda persecuzione che, prima che nei lager, iniziava nelle strade, con gli sputi e le vetrine fracassate. Tralaltro, dal medesimo fenomeno sono stati colpiti anche gli zingari, e non mi pare proprio che venga impegnato lo stesso zelo in loro difesa.

In questi giorni è alla ribalta della cronaca la notizia della signora inglese
che, con un comportamento assurdo e crudele, ha preso di peso un
gattino e lo ha chiuso in un bidone della spazzatura, dove la povera
bestiola è rimasta per un’intera giornata. Sventuratamente per lei il
suo atto esecrando è stato ripreso da una telecamera di sorveglianza,
che ha permesso di identificarla. Ora la signora è scortata dalla
polizia inglese perché ha ricevuto persino minacce di morte; nei
siti internet in cui è riportata la notizia o il filmato si leggono
commenti di una violenza inaudita nei confronti della colpevole, credo
decisamente sproporzionati anche alla gravità dell’atto compiuto, che
pure nessuno nega
.

Però non mi è capitato di leggere nessun commento del genere a
proposito dei teppistelli di Civitanova, né degli studenti di Varese,
né dei genitori di entrambi. E nessuno che si incazza con la società
mineraria cilena che, per risparmiare sulla sicurezza, condanna da un
mese trenta suoi operai nell’oscurità di settecento metri sotto il
suolo? Questi qui non li minacciamo? Non li insultiamo?

Ora, il dubbio che mi viene è: non sarà che la signora inglese è un bersaglio troppo facile?
Non sarà che i giornali possono tranquillamente convogliare il nostro
odio represso contro una persona sola piuttosto che contro le
multinazionali
? Non sarà che del gattino londinese ci possiamo
preoccupare perché tanto è là, lontano – potrebbe essere persino un
film – mentre con gli immigrati, che sono qui ed ora, che sono persone
reali, va pensata con intelligenza una forma di convivenza? E
certo che ci dobbiamo convivere. L’unica alternativa l’avevano già
pensata i nazisti: eliminare il problema liquidando fisicamente le
persone
. Se preferite la variante staliniana: "Un uomo, un
problema; nessun uomo, nessun problema". Ma non si può, perché pare che
Libero e Il Giornale non siano d’accordo – o no?

Non sarà che tutta questa acredine è figlia dello schifo che sentiamo per noi stessi, di cui ci vorremmo liberare trovando – e odiando – a tutti i costi chi è peggiore di noi? Non potremmo, per una volta, rendercene conto un passo prima di varcare, o di far varcare, il cancello con la scritta "Arbeit macht frei"?

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La lettera del figlio di un operaio

di Luca Mazzucco

Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera.

Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.

L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo.

L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.

L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università.

L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro.

L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.

Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.

Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010,  su “ La Stampa” di Torino, ho letto l’editoriale del Prof . Mario Deaglio. Nell’esposizione  del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof.  Deaglio a Radio 24 tra le 17,30  e la 18,00 di Martedì 27 luglio 2010).

Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria.

Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino.

Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis.

Odorava di dignità.

   



A queste righe appassionate aggiungo una chiosa mia. Un amico col quale ho discusso mi chiedeva se, secondo me, l’autore dello scritto avesse realmente capito il contenuto di ciò che va sostenendo l’economista Deaglio. Personalmente ritengo che il punto non sia questo. Io credo che l’abbia capito benissimo ma che non gli interessi discuterne in questi termini.

Il discorso, che riguarda l’economia globalizzata, ha naturalmente una miriade di varianti e non è sicuramente possibile esaminarle, discuterle tutte o – men che mai – esaurirle tutte in uno scritto di poche righe. Questa “Lettera del figlio di un operaio” vuole solo contrapporre la semplice osservazione di un uomo che porta su di sé le tracce fisiche e morali del suo operare in catena di montaggio con l’asettica (e grottesca) definizione di "componenti non monetarie del reddito" che un paludato economista di grido dà dei diritti e della dignità delle persone. Le parole sono importanti: parlare di “diritti” è una cosa, parlare di “componenti” ha un sapore assai differente.

Non so, non penso e non credo che – per dire – un diverso destino della trattativa a Pomigliano avrebbe potuto invertire il corso delle cose e della storia; resta il fatto che chi ha scritto queste parole pone un problema, se vogliamo, in termini non molto dissimile da quelli evocati a suo tempo da Marx. Il fondatore del “socialismo scientifico” affermava che il capitale concedeva ai proletari la prebenda minima per permettere loro di riprodurre la propria esistenza (e continuare, di conseguenza ad essere sfruttati dal capitale medesimo).

Marx parlava avendo sott’occhio la disumana realtà produttiva dell’Inghilterra di metà Ottocento, con bambini di dieci anni inchiodati alle catene di montaggio; gli storici e i cantori delle magnifiche sorti e progressive avrebbero detto che il paese della regina Vittoria stava ponendo le basi della sua ricchezza, e forse anche questo era vero.

Sono passati centocinquant’anni dalle parole di Marx, ma parrebbe che molti dei passi che sono stati fatti per superare questo stato di cose siano ripercorsi a ritroso.

Io, che marxista non sono, perlomeno non in senso stretto, rileggo le parole di Marx, e penso che, nel bene o nel male questo è un dibattito aperto hanno smosso il mondo, e hanno gettato le basi affinché milioni di persone acquisissero coscienza e si mobilitassero seriamente e concretamente in cerca del diritto a una vita migliore e a prospettive per i propri figli. Oh, certo, abbiamo avuto Stalin e i Gulag, ma saremmo in malafede se negassimo che l’esistenza concreta di un sistema economico “altro” rispetto alla teoresi monolitica delle oligarchie economiche, abbia condizionato anche il sistema socioeconomico occidentale per tutti i decenni della sua esistenza nel senso di una cura nei confronti di alcuni diritti minimi: quello alla casa, alla salute, all’istruzione, a un’occupazione stabile e dignitosa.

Vi è, del resto, un’interessante controprova che non può non far riflettere: non è un caso che, con il crollo dei sistemi socialisti “reali”, Europa e Stati Uniti abbiano inaugurato una neppur lenta opera di smantellamento dello stato sociale, di ridiscussione rapida, progressiva e vieppiù arrogante di diritti che vent’anni fa parevano acquisiti e ora sono costantemente insidiati da un insistente richiamo al “bene comune”. Per quanto avversato, vituperato, condannato, il mondo socialista manteneva dei contenuti con cui ci si doveva in ogni caso confrontare, un orizzonte necessario, e che ora si possono a maggior ragione apprezzare a posteriori “per differenza”.

Mancando questo importante riferimento politico, geostrategico ma anche ideologico, siamo transitati in area di pensiero unico, di fine della Storia, come ha detto qualche frettoloso e zelante cantore. Unico era il pensiero che ha portato alla raffica di privatizzazioni nella prima metà degli anni Novanta: chi si ricorda di come la vulgata sostenesse che l’ingresso dei privati nell’economia statale avrebbe portato un “recupero di efficienza”? Vangelo incontestabile, ma i deragliamenti dei treni e i fallimenti pilotati sono sotto gli occhi di tutti. Ha portato beneficio la privatizzazione di Alitalia o delle FS? E quella dell’Enel? E le “delocalizzazioni”? I mobilieri del Veneto sono stati i primi a spostare le proprie fabbriche in Romania, perseguendo il miraggio di una manodopera meno cara e meno pretenziosa; in compenso, nel giro di pochi anni, hanno sperimentato la crisi, scontando una realtà elementare che era paradossalmente chiara ad un capitalista spinto come Henry Ford: i propri dipendenti erano i loro primi clienti. Impoverendo il territorio hanno semplicemente sottratto denaro al medesimo tessuto economico sui cui insistevano essi stessi per primi. In sostanza, come Wile E. Coyote, hanno segato il ramo su cui stavano seduti. Questi imprenditori all’amatriciana di cui si cantavano le lodi, che detestano l’euro perché erano capaci solo della meschina furbizia di pretendere una svalutazione della lira per un fittizio recupero di competitività nei confronti dei concorrenti esteri. E allora perché, quando si parla di “bene comune” non si chiede anche a costoro di affrontare dei sacrifici?


Gli anni che stiamo vivendo hanno conosciuto e conoscono un crollo di parecchie barriere strutturali e, con esse, di molti pudori: sono gli anni del “turbocapitalismo”, che rende tutto lecito. Rende lecito licenziare e sottrarre diritti fondamentali, quali quello allo sciopero (che configura già un pericolosissimo reato d’opinione), quello alla salute, biecamente asservita ad interessi privati, e – vivaddio – anche quello al tempo libero e alla crescita della persona, in cambio di fumose promesse di un modello che verrà, così come sarebbe dovuta arrivare l’efficienza delle privatizzazioni. “Una garanzia della continuità delle occasioni di lavoro” è un’espressione che mi fa sorridere amaramente. Lo si chieda a tutti i giovani che devono sopravvivere tra stages, lavori precari e finte partite IVA; lo si chieda ai quarantacinquenni che perdono il lavoro in fabbrica e, sfatti e dequalificati, quindi sostanzialmente inutili, non riescono più a rientrare in questo sistema.

Ma, tutto sommato, anche questo è un discorso lungo. Io penso solo una cosa: se si rinuncia anche solo a parlare, a sollevare il problema partendo dalle vite reali delle persone, dando per assunto che qualche lautamente pagato notista economico o qualche pasciuto amministratore delegato abbiano tutte le chiavi per risolvere il problema, abbiamo già perso in partenza.

Visioni consigliate: "La classe operaia va in paradiso" di Elio Petri, con un magistrale Giammaria Volonté. Letture consigliate: “La decrescita felice” di Maurizio Pallante, ed. Editori Riuniti; “Critica della retorica democratica” di Luciano Canfora, ed. Laterza.

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